Israel Shamir

The Fighting Optimist

Un mondo perduto *

Lungo la riva di un torrente di montagna cammina un distinto signore che indossa un vestito candido come la neve e lucidissimi stivaletti di vernice. Il torrente è tortuoso, sulla riva incombono precipizi che rendono difficile il cammino. Sembrerebbe più facile camminare nell’acqua, ma il gentiluomo si preoccupa degli stivaletti e dei pantaloni. Si contorce come un bruco infilzato da uno spillo, si piega in due, spicca salti degni di un campione olimpico, ma non entra nell’acqua. Una vera impresa. E adesso modifichiamo un solo particolare della sceneggiatura. Immaginiamoci il nostro protagonista con un vestito sporco e bagnato, con le toppe sulle ginocchia. Verrebbe spontaneo gridargli: “Smettila, scemo! Entra in acqua! Non hai più niente da perdere!”.

Così, più o meno, appaiono all’osservatore esterno le interminabili manovre dell’Israele ufficiale che si sforza, con l’aiuto di incredibili acrobazie, di mantenere i palestinesi sotto il proprio dominio, fingendo nello stesso tempo che non esistano. Nei territori occupati nel 1967 sono stati tracciati centinaia di chilometri di strade che collegano tra loro minuscoli insediamenti ebraici aggirando i villaggi palestinesi. Serpeggiano per i deserti, si inoltrano in valli strette, si inerpicano sui monti, circondano piccole fattorie e grandi città, come se si volesse evitare all’automobilista di scorgere un goy (1) sul proprio cammino. Il fatto è che il goy è segno di sventura. Ora l’ingegno brillante del nuovo primo ministro Ehud Barak prepara un viadotto lungo molti chilometri, destinato ad unire alcuni isolotti dell’autonomia e, nello stesso tempo, a mantenere i territori sotto controllo ebraico. Le trattative di pace sono naufragate ai tempi di Netanyahu, perché non si è riusciti a risolvere il problema di andare da un insediamento all’altro senza incontrare gli odiatigoy.

Agli occhi di un osservatore ragionevole l’intera problematica dei territori israelo-palestinesi, delle trattative e della pace non vale un fico secco. Le spetta un posto di diritto sulle barzellette sui matti: “Sentiamo un po’, paziente Rabinovic, se aprite la porta e vedete dei goy?” “Quelli mi ammazzano, sta scritto nel Talmud”.

Eccovi qualche domanda per buona misura. Quanti sono gli abitanti di Israele? Sei milioni, di cui l’80% ebrei? No caro lettore. In Israele vivono più di nove milioni di persone, di cui gli ebrei sono poco più della metà. Ma agli ebrei questo risultato non va bene. Noi vogliamo l’80% di ebrei. Per questo non calcoliamo tre milioni di goy, e otteniamo il risultato voluto: abbiamo un paese ebraico. Si potrebbe col medesimo successo trovare come risultato un paese ebraico in qualunque altro posto: basta non contare i goy.

Questi tre milioni di goy vivono in Israele, fianco a fianco con gli ebrei che rientrano nel conto. Loro invece non entrano nel conto, e basta. In qualche modo si riesce a non contarli: per questo abbiamo una democrazia ebraica.

Un momento, direte voi: hanno l’autonomia. Lo sappiamo cos’è l’autonomia, c’è stata la Circoscrizione autonoma degli ebrei del Birobidjan, quel pezzetto di Siberia orientale dove Stalin voleva concentrare gli ebrei dell’URSS, e decine di altre autonomie. Ma lo sapete che gli abitanti di questa autonomia non hanno diritto di voto? Che non hanno diritto di uscire dalla propria “autonomia”? Una condizione simile non l’hanno subita né gli albanesi nel Kosovo autonomo, né gli armeni nel Karabakh autonomo. I palestinesi possono soltanto sognare, e invidiare gli uni e gli altri. Un’autonomia del genere di quella di cui godono i palestinesi, di solito, non è diversa dalla “Zona di residenza” in cui lo zar rinchiudeva gli ebrei nella Russia prerivoluzionaria. Ma a favore dei palestinesi la Nato non interviene. Il problema di profughi palestinesi esiste da cinquant’anni, ma nessuno pensa di farli tornare a casa. A Clinton è costato caro, e non a caso, dichiarare che i palestinesi possono vivere dove vogliono: subito gli è saltata addosso la lobby ebraica, e non ha mollato la presa fino a quando il presidente non ha sconfessato le proprie parole. Credo bene! In questo campo i cattivi non erano i serbi ma gli ebrei.

E adesso un’altra domanda: di quali diritti gode l’autonomia palestinese? Hanno un solo diritto, che in realtà è un obbligo: eseguire gli ordini del governo ebraico, e mantenere l’ordine. Quali sono invece i diritti che non hanno? Le autorità dell’autonomia non possono nemmeno scavare un pozzo senza l’autorizzazione dei dirigenti ebraici competenti. Non possono importare né esportare alcunché senza assenso delle autorità ebraiche. Devono comprare merci israeliane a prezzi israeliani. Hanno diritto – come premio – di sgobbare per quattro soldi nelle fattorie e nelle fabbriche israeliane, molte delle quali si trovano proprio nei cosiddetti territori autonomi.

Vi rendete conto di quanto tutto questo sia semplice e bello? Vi costruite una fabbrica nei territori occupati, ci fate lavorare dei palestinesi, ma nello stesso tempo la fabbrica è extraterritoriale, e i palestinesi nono figurano nemmeno negli elenchi della popolazione locale. Si tratta, naturalmente, di un’antica astuzia ebraica. “C’era una volta un rabbino che partì per Odessa di venerdì. Il viaggio durò più del previsto, già cominciava il sabato, ma il rabbino si mise a pregare, e il Signore gli fece un miracolo: era sabato dappertutto ma dove viaggiava il rabbino era ancora venerdì”.

Questa parabola è risultata profetica. Ovunque si trovi un ebreo, là c’è Israele, con i diritti civili, il salario minimo, l’assistenza sociale; e dove lui non c’è, là c’è la barbarie, il terzo mondo, la miseria, la tortura e la fame. E così deve essere, secondo una logica da manicomio. Per questo nell’insediamento ebraico di Eli, tra due villaggi palestinesi a sud di Nablus, hanno aperto qualche settimana fa una nuova piscina di misure olimpioniche. Nello stesso tempo i goy dei due villaggi vicini sono senz’acqua: non ne hanno in piscina, e non ne esce dal rubinetto. Ci sono villaggi senz’acqua già da otto mesi. I contadini non hanno soltanto perduto il raccolto, non si possono lavare da settimane. L’acqua potabile se la vanno a prendere con le taniche dio plastica. La mano sulla valvola di distribuzione è una mano ebraica.

Oppure, prendiamo il caso dei visti. Forse sapete che qualche volta le autorità israeliane non consentono al signor Tizio di recarsi nella patria storica del defunto nonno ebreo o della sua cara defunta suocera. Ma sapete che decine e centinaia di palestinesi non possono nemmeno far visita a mogli e figli, perché abitano dalla parte sbagliata del confine del ghetto, la cosiddetta Linea Verde? Che i nonni non possono vedere i propri nipoti, residenti a cinque chilometri di distanza, perché sono divisi da un confine permeabile per gli ebrei, ma impenetrabile per i goy?

Sapete che centinaia di goy sono stati, e sono ancora, rinchiusi per anni nelle carceri israeliane senza giudizio e senza istruttoria, senza accuse né avvocati? Che qualche giorno fa ne è stato liberato uno dopo una detenzione di sei anni senza processo e senza istruttoria? Che sono ancora in prigione settanta persone destinate a restarci sino a quando farà comodo al controspionaggio?

Quanto rumore si è fatto in tutto il mondo per l’arresto di tredici ebrei in Iran: Ma lo sapete che nelle carceri israeliane languono ancora decine di libanesi rapiti, ai quali non è stata mossa alcuna accusa? Furono rapiti quasi due decenni fa, per costringere il Libano a trovare e restituire i resti di un aviatore israeliano ucciso da tempo, dopo essere stato abbattuto in un’incursione contro obiettivi civili.

Lo sapete che in Israele ogni giorno, ogni ora, si torturano uomini, pardon goy? Che le torture continuano per settimane e mesi, e non di rado si concludono con la morte dei torturati? Lo sapete che medici israeliani firmano tutti i verbali di tortura e ne convalidano l’applicazione? Che i tribunali israeliani non se ne occupano e non perseguono la tortura dei detenuti?

Lo sapete che centinaia di migliaia di palestinesi sono stati privati dei loro averi, confiscati dalle autorità ebraiche nel 1948, nel 1967 e ancora oggi? Lo sapete che mentre si discetta sull’oro ebraico nelle banche svizzere, le autorità ebraiche continuano, giorno per giorno, a confiscare i beni dei goy?

Lo sapete che i cristiani di Betlemme non possono nemmeno andare a pregare nel tempio della Resurrezione a Gerusalemme? Che le donne russe sposate ai palestinesi di Betlemme non sono riuscite per anni a ottenere dalle autorità israeliane l’autorizzazione a fare il pellegrinaggio a Gerusalemme? Che i musulmani di Ramallah non possono visitare la moschea a loro sacra di al-Aqsa, a Gerusalemme?

Lo sapete che un ebreo riceve sette volte più acqua di un goy? Che nella Gerusalemme riunificata, dove tutte le entrate sono frutto del lavoro dei goy, tutte le uscite vanno unicamente a vantaggio degli ebrei? Che i palestinesi non possono nemmeno andare a farsi il bagno al mare?

Quando hanno cominciato ad arrivare in Israele, i nuovi immigranti paragonavano spesso il nostro paese con una delle calde repubbliche centroasiatiche o transcaucasiche. Ma ci facevano un complimento: noi viviamo in un mondo perduto, in una remota riserva dimenticata dal tempo. Dopo la democratizzazione del Sudafrica, Israele è rimasta l’ultima nicchia nera sul mappamondo, l’ultimo rifugio del razzismo e dell’apartheid.

Ogni volta che passo un posto di blocco lungo la strada, ogni volta che vengo perquisito all’ingresso di un grande magazzino, ogni volta che mi interrogano all’aeroporto, ho la sensazione di viaggiare su una macchina del tempo. No, non conosco un altro paese come questo, anzi un simile paese non esiste proprio.

Ce n’erano, di paesi del genere. Il fatto è che lo Stato ebraico in Palestina è nato verso la fine degli anni venti (anche se ha ottenuto l’indipendenza formale soltanto nel 1948). Era il coetaneo di altre luminose formazioni del suo tempo, e in primo luogo della Germania nazionalsocialista. Molte notevoli realizzazioni di quei tempi hanno trovato realizzazione qui da noi. Da loro si confiscavano i beni degli ebrei, da noi quelli dei goy. Da loro si cacciavano gli ebrei, da noi i goy. Da loro si toglieva il lavoro agli ebrei, da noi non si assumono i goy. Oggi non ci sono goy tra i giudici della Corte Suprema, non ci sono ministri goy, non ci sono goy tra i dirigenti delle grandi società, nemmeno tra gli ingegneri della società elettrica. Da loro si cucivano sui vestiti le stelle gialle, da noi si indica la classificazione “nazionalità” sul passaporto interno. Invece di campi di concentramento noi abbiamo creato campi profughi. Il nostro Shabak, un tempo Shin Beth, non si discosta molto dalla loro Gestapo. L’assassinio degli avversari politici, i rapimenti all’estero, gli arresti e le perquisizioni notturne, tutto questo è ancora in vigore da noi nei confronti dei goy.

Ma il tempo passa. Se la Germania non si fosse impelagata nella guerra mondiale, sarebbe sopravvissuta anch’essa fino ai nostri giorni, e probabilmente si sarebbe ammorbidita. Il campo di Dachau sarebbe stato chiuso (e quello di Auschwitz, generato dalla guerra, non sarebbe mai esistito). Ci sarebbero andati in tournée i gruppi rock, la televisione trasmetterebbe film americani. Avrebbero fatto la loro comparsa i post-nazionalsocialisti. E così da noi. Viviamo nelle condizioni di un nazionalsocialismo ammorbidito, imputridito, decadente ma ancora vitale.

Si racconta che Nazim Hilkmet (2), in punto di morte, abbia chiesto gli portassero “un libro a lieto fine”. Io purtroppo non prevedo nessun lieto fine. I partiti sionisti continuano come prima a discutere tra di loro, se sia meglio cacciare i palestinesi nel deserto o rinchiuderli in una riserva. di parità dei diritti si parla soltanto tra gli estremisti più radicali, collocati ben oltre i confini della mappa politica d’Israele.

Nemmeno le forze sioniste più progressiste – nel cui novero è difficile collocare Barak – chiedono la fine dell’apartheid. In generale, del resto, non è il caso di preoccuparsi dei palestinesi. Una volta conclusa la “pace” resteranno nella propria zona e continueranno, come prima, a guardare attraverso il filo spinato le loro terre di un tempo, un mare a loro vietato. Perfino il più notevole piano di pace, quello del partito laburista, è a livello dei bantustan sudafricani, le formazioni semi-autonome dell’epoca dell’apartheid.

Ma la comunità internazionale non si è lasciata ingannare dai bantustan, e ha continuato ad esigere l’attuazione di un semplice principio, la parità dei diritti: “Un uomo, un voto”. E’ per questo che, col tempo, in Sudafrica è sorta – no , non un utopia, ma uno Stato normale con i suoi normali difetti.

Contro i razzisti boeri hanno combattuto i bravi soldati cubani, che hanno sconfitto le loro unità corazzate nei deserti della Namibia. Contro di noi ci sono soltanto miti contadini palestinesi muniti di ciottoli al posto delle armi. I boeri non avevano alleati importanti. Israele ha un super-alleato, l’ebraismo mondiale. Noi gli siamo indispensabili per avere un posto in cui scappare, siamo indispensabili a tutti quei Maxwell, Berezovsky (3) e Lerner (4) con i loro milioni rubati. E’ per questo che ogni giorno spillano quattrini ai russi, agli americani, agli inglesi, e ci sovvenzionano.

Riceviamo miliardi di dollari sottratti ai pensionati di Mosca e ai senzatetto di New York, e li spendiamo per una miriade di militari, per le armi più moderne, per strumenti di tortura e pallottole destinate ai bambini palestinesi. Rimane qualcosa anche per campare, altrimenti saremmo già da un bel pezzo nei guai. E così siamo rimasti incagliati in un’ansa dimenticata dalla storia.

La stampa mondiale è in mano al nostro super-alleato. Qualunque cosa facciamo – fosse pure uno stufato di palestinesi – The New York Times ci discolpa e la NTV (5) pure. Qualsiasi osservazione critica viene attribuita ad antisemitismo. In altre parole, non esiste un fattore esterno in grado di influire sulla nostra situazione, se escludiamo un diretto intervento di Domineddio, che potrebbe finire col disgustarsi di noi, oppure un colpo diretto, inferto da un razzo iraniano/iracheno/russo munito di testata nucleare. Possiamo forse pensare che il popolo americano si stancherà di spender soldi per i nostri gas lacrimogeni?

Ma la pace, una pace normale, una vita normale, in Israele non c’è e non ci sarà. I posti di blocco, l’esercito, lo Shabak – tutto questo sarà sempre con noi, fino alla fine. Esiste una via d’uscita? Si, ma è fantascientifica: dare ai goy la parità di diritti. Dar loro il diritto di voto, esattamente come agli ebrei. Dar loro la libertà di movimento, esattamente come agli ebrei. Dargli il diritto di proprietà, esattamente come agli ebrei. In fin dei conti, una volta i goy hanno dato la parità di diritti agli ebrei, purtroppo per loro.

E allora i problemi scompariranno. Non ci sarà bisogno di tangenziali strategiche. Un ebreo vuole abitare a Hebron? Prego. Un palestinese vuole vivere a Tel Aviv? S’accomodi. E l’esercito? In comune. Un solo parlamento, un solo paese. Se vuoi, rivolgi le tue preghiere a Gesù. Se preferisci a Geova, oppure ad Allah; e se vuoi, semplicemente non preghi. Non saremo in paradiso, ma si vivrà meglio.

L’occasione di ottenere tutto questo ci è stata offerta. Nel quadro della cosiddetta aliya dalla Comunità di Stati Indipendenti – l’ondata di immigrazione proveniente dall’ex –URSS – sono diventati cittadini israeliani centinaia di migliaia di cittadini ex-sovietici il cui legame con il giudaismo è piuttosto tenue. Non è un segreto e nemmeno un errore. Questa gente è stata importata con la benedizione del Netiv, sezione speciale ed ideologicamente ineccepibile del controspionaggio israeliano, autorizzata dai massimi livelli. Le autorità israeliane hanno seguito il cammino tracciato a suo tempo dai babilonesi e dagli assiri: l’espulsione della popolazione locale e l’importazione di coloni privi di legami ed ambizioni locali, fedeli volenti o nolenti alle autorità. Per questo sono stati trapiantati in Israele migliaia di ucraini, russi, tailandesi, romeni e cinesi.

Il fatto è che gli ashkenaziti (6) purosangue – i discendenti dei primi colonizzatori – accettano di lavorare soltanto come dirigenti, o nel settore della difesa e della sicurezza. E’ difficile far funzionare un paese fatto soltanto di avvocati, ufficiali della sicurezza, specialisti della pubblicità. Per questo c’è stato bisogno di nuovi immigranti. Col tempo capiranno, se non l’hanno già capito, che per loro e per i loro figli, la strada verso l’alto è sbarrata. I figli di matrimoni misti sono considerati dal diritto religioso ebraico figli di prostitute, colpiti da innumerevoli discriminazioni. Più precisamente, il diritto ebraico non riconosce affatto il matrimonio con i goy, perché secondo il Talmud i goy non hanno né matrimonio, né averi, né anima, come le bestie.

In occasione delle ultime elezioni la consapevolezza interiore di questa circostanza ha indotto molti immigrati dalla Russia a votare per i partiti anticlericali. Ma, per dir la verità, i nostri hared – gli “ortodossi”- sono per lo più un gruppo innocente appartenente alla popolazione originaria. Questo relitto del passato, rimasto ai margini dello sviluppo, si sarebbe già ridotto ai minimi termini se non gli fossero venute incontro le esigenze delle autorità sioniste, e perciò se ne stanno per lunghi anni a studiare nelle yeshivà – le scuole religiose – per paura di essere chiamati a fare il servizio militare. Lo Stato interviene tuttavia per aiutare gli ortodossi e le loro famiglie numerose, e in questo non c’è niente di male. Una sola missione di uno dei nostri gloriosi aerei F-16 diretto in Libano con il suo carico di bombe costa più di tutta l’assistenza fornita alle madri senza marito e alle famiglie numerose. Tutto il bilancio di Mea Shearim – il quartiere degli ortodossi – pesa molto meno di una sola tangenziale strategica tra due colonie dei territori occupati.

Gli ebrei religiosi non sionisti sono arrivati in Terrasanta prima dei sionisti (tra loro c’era anche un antenato dell’autore di questo articolo) e sono diventati anch’essi vittime della concezione sionistica. E così le loro case di Hebron e di Gerusalemme sono state confiscate ed assegnate ai coloni sionisti. Meglio non provocarli troppo, non costringerli a fare il servizio militare, e lasciarli uscire un po’ dal ghetto quando vogliono.

Per quanto siano ripugnanti le leggende talmudiche – e sono convinto che rientrino nella variante più nera del clericalismo antiumanitario – credo che gli hared ortodossi abbiano diritto di vivere come vogliono a Gerusalemme e Bnei Brak, così come vivono a Brooklyn, Parigi o Kiev. Altra cosa è che il giudaismo debba essere privato di ogni privilegio. Nello stesso modo sarei pronto a sostenere il diritto degli ebrei a vivere tra i palestinesi di Hebron come a Giaffa, Nablus, Ariel fino all’ultimo paesino, ma senza privilegi, così come vivono gli ebrei in mezzo a tutti i popoli del mondo, da Mosca a New York fino a Damasco e al Cairo.

La trasformazione della Palestina / Israele in un paese normale è possibile. Bisogna smettersi di contorcersi e aggrovigliarsi, bisogna entrare nell’acqua pura del ruscello e passare dall’altra parte, sulla sponda verdeggiante di una Palestina unita e indivisibile. Ma è difficile che questo possa compiersi senza un altro disastro militare.

 

                                                                                                                                                                        Israel Shamir

  • Articolo scritto in russo

 

Tratto dal libro di Israel Shamir Carri armati e ulivi della Palestina. Il Fragore del silenzio. Edizioni CRT, Pistoia 2002

Editrice CRT, via San Pietro 36, 5100 Pistoia. Tel.: 0573 976124 – Fax: 0573 366725

E-mail: info@editricecrt.it In Internet: www.editricecrt.it

 

(1)     Letteralmente significa “le nazioni”, ma indica tutti i non ebrei.

(2)     Poeta turco nato ad Istanbul 1902 e morto a Mosca nel 1963.

(3)     Boris Berezovsky, venditore di auto, riuscito poi ad a impossessarsi dei beni dell’Aeroflot, nel 1996 si vantò di essere uno dei sei uomini che controllavano la metà dell’economia russa e di essere riuscito a far eleggere Boris Yeltsin. Costretto a fuggire il paese da Putin, egli ha recentemente contribuito 100.000 dollari – tramite la sua Foundation for Civil Liberties – all’associazione assistenziale ebraica FEGS.

(4)     Gregory Lerner, mafioso russo attualmente detenuto in Israele.

(5)     Canale TV privato russo.

(6)     Ebrei dell’Europa orientale.

 

 

 

Israel Shamir è nato a Novosibirsk, Siberia, nel 1947. Espulso dall’università per attività sovversiva nel 1969, emigrò “per libera scelta” in Israele e combatté nella guerra del 1973.Corrispondente in Vietnam, Cambogia, Laos e, per molti anni, in Giappone tanto da diventare uno studioso e traduttore della letteratura giapponese. Dal 1989 al 1993 è stato inviato diHa’aretz in Russia. Al suo ritorno in Israele si è impegnato nella denuncia della politica sionista diapartheid e del genocidio strisciante che, ormai, sembra stia per raggiungere il suo obiettivo finale. Con una febbrile attività letteraria e giornalistica sulla carta stampata e su Internet (il sitohttp://www.israelshamir.net), nei giri di conferenze in Europa, in Egitto e negli Stati Uniti, Shamir presenta una visione altra del conflitto israelo-palestinese.

Rifiuta la soluzione dei “due stati per due popoli” perché nelle presenti circostanze paralizzante, distruttiva e senza sbocchi. E lo fa in nome di una pace fondata su di un unico Stato, tra il Giordano e il mare, con diritti uguali per tutti i suoi abitanti, senza discriminazioni etniche o religiose. “Io non sono un amico dei palestinesi, io sono palestinese” dichiara Shamir, e lo fa in nome del ritorno dei palestinesi, dal 1948 esiliati ed espropriati delle loro terre e d’ogni diritto.  Questo è reso impossibile dalla folle politica che ha “importato” centinaia di migliaia di rumeni, tailandesi, cinesi, africani e un milione di russi e ucraini che formano la galassia di ghetti che è oggi lo Stato d’Israele. Al contrario, i nativi palestinesi sono stati via via assiepati in steccati-carcere, sempre più ristretti, dipendenti, vulnerabili. Il perfetto “modello coloniale” per tutto il Terzo Mondo, ci ricorda Shamir: ville con piscina e roccaforti dei dominatori sui luoghi alti e, in basso, intersecati da autostrade, campi profughi per lavoratori senza diritti e senza nessun controllo sulle proprie vite e sulla propria morte.  Tutto questo sotto la vigilanza del terzo esercito più moderno del mondo.

All’apartheid politica, psicologica e culturale dello Stato d’Israele, finanziata dagli interessi statunitensi e dalla lobby ebraica (AIPAC) autodefinitasi rappresentanti mondiali del popolo ebraico, Shamir contrappone un atteggiamento di resistenza che rivaluti la memoria storica non unilaterale, i momenti più alti di tutte le esperienze religiose, la coscienza di appartenere ad un’unica umanità di cui occorre garantire il futuro.  Per le migliaia d’ulivi sradicati dai bulldozer, dice con accenti spesso poetici Shamir, con il paesaggio della Palestina trasformato in una qualsiasi squallida periferia, tutta l’umanità è offesa e degradata. Realizzare l’utopia non è più speranza, ma è rimasta l’unica necessità. Nel maggio del 2002, il figlio di Israel Shamir, che per via di madre ha la cittadinanza svedese, ha partecipato all’incursione di un gruppo di pacifisti che sono riusciti a penetrare nella Basilica della Natività a Betlemme, portando cibo e medicine ai palestinesi assediati. Il giovane è stato arrestato e immediatamente deportato da Israele con diffida a rientrarvi per i prossimi dieci anni.

Per contatti e informazioni in Italia: libroshamir@libero.it

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